La Dott.ssa Elena Tironi e il Dott. Simone Algisi parlano di autostima nei bambini sulla rivista Bergamo Salute (maggio-giugno 2015). (vai all’articolo originale) Un buon livello di autostima è, secondo gli psicologi, la chiave del successo per riuscire nella vita. A scuola, nei rapporti con gli altri, nello sport. Ecco perché è importante aiutare i bambini a “plasmarla” e coltivarla fin da quando sono piccoli. «Prima ancora di riconoscere la propria immagine davanti a uno specchio, il bambino si riconosce attraverso gli sguardi della mamma, del papà e delle persone che si prendono cura di lui: ne percepisce lo sguardo amorevole o la disapprovazione e comincia così a modellare la propria identità e il concetto di sé attraverso il modo con cui interpreta i segnali ricevuti dall’esterno. Ecco perché i genitori e tutte le figure significative per i bambino hanno un ruolo importantissimo nell’alimentare la fiducia in se stesso e nelle sue capacità» osservano la dottoressa Elena Tironi e il dottor Simone Algisi, psicologi. «L’immagine di sé deriva da un continuo confronto tra il sé reale, cioè quel che il bambino crede di essere, e il sé ideale, ciò che il bambino vorrebbe essere, perciò, quanto più questi elementi saranno in accordo e in equilibrio tra loro, tanto più il bambino crescerà sereno e svilupperà una buona stima di sé». Cosa possono fare allora i genitori e gli adulti per aiutare il proprio figlio a raggiungere questo equilibrio e far crescere l’autostima? 1. Amarlo senza condizioni «L’autostima nasce soprattutto dall’affetto e dall’amore incondizionato, senza se e senza ma. Sono queste le basi per lo sviluppo di una buona autostima» spiegano gli psicologi. «Il bambino deve far esperienza di essere amato anche se a scuola non riesce a ottenere il voto più alto, se durante la partita di calcio non ha fatto goal e se viene punito per un comportamento sbagliato. Cinque minuti di coccole al giorno, sganciate da qualunque successo ottenuto dal bambino, possono essere un buon antidoto contro l’autosvalutazione». 2. Dargli obbiettivi realistici e gratificarlo per i successi «Per evitare di crescere un bambino rinunciatario è importante dare obbiettivi realistici e guidarlo al raggiungimento del traguardo attraverso tappe graduali e progressive (“Vieni”, “Ti faccio vedere come si fa”), gratificandolo per i suoi piccoli successi (“Hai visto che sei capace”), attraverso la predisposizione di attività nei quali il bambino può riuscire, sperimentando le sue capacità: se per esempio ha 4 in matematica, è irrealistico pretendere un 8 in breve tempo, ma è più facile che prima riesca a prendere 5, poi 6, e così via» continuano gli esperti. 3. Coltivare la memoria del successo Complimentarsi per i suoi successi e coltivare la memoria del successo, risulta senza dubbio utile per evitare che il bambino si rifiuti di fare qualcosa. «Come spiega lo psicologo francese Horst, il rifiuto si basa essenzialmente sulla “memoria dei fallimenti” del passato: il bambino, così come l’adulto, non crede di essere in grado di fare qualcosa perché non ha memoria di essere riuscito a fare qualcosa di analogo. Rinforzare la memoria dei piccoli traguardi può spingere il bambino a traguardi più ambiziosi» sottolineano la dottoressa Tironi e il dottor Algisi. «L’errore comune, a casa come a scuola, invece, è quello di rimarcare più spesso l’errore che la buona riuscita, convincendo il bambino a credere che il successo sia una condizione “normale”, mentre lo sbaglio sia “anormale”. La memoria del successo è inoltre importantissima per combattere quel senso di invisibilità presente in alcuni bambini. Sono quei bambini tranquilli, a volte più timidi, che a scuola non disturbano, che fanno il loro dovere e non richiedono sforzi da parte degli educatori al punto che quasi non ci si accorge di loro. In questi casi, per prevenire nel futuro eventuali comportamenti disturbati come l’autoesclusione dal gruppo, la violenza su se stessi o sugli altri o l’adesione a gruppi di amici turbolenti in cerca di visibilità, genitori e insegnanti devono attivarsi per far sì che essi si rendano di nuovo visibili a se stessi e agli altri: coltivare anche in questo caso la memoria dei successi e farlo magari in forma visibile, come creare una “scatola dei successi” che contenga i ricordi di tutti i traguardi raggiunti, potrebbe essere un buon alleato al recupero della propria autostima». 4. Criticarlo sì, ma in modo costruttivo È importante criticare i comportamenti sbagliati del bambino, ma in modo equilibrato e costruttivo e soprattutto evitando di utilizzare etichette e generalizzazioni. «Frasi come “sei il solito imbranato”, “non ne combini mai una giusta”, fanno maturare nel bambino la convinzione di essere davvero sempre incapace e impediranno la costruzione della fiducia in se stesso, caratteristica indispensabile per crescere come adulto autonomo e degno di valore» continuano i due piscologi. «In più, non ha senso intestardirsi sul fatto che svolga una determinata attività, magari perché il genitore la pratica con un certo successo. Se il papà è un bravo sciatore, non è utile dare per scontato che il figlio voglia seguire lo stesso percorso, meglio ridimensionare le aspettative che a volte, quasi inconsciamente, si ripongono sui figli e incoraggiarlo a trovare la sua strada. Lo sforzo che un genitore dovrebbe fare è sintonizzarsi emotivamente sui bisogni del proprio bambino e aiutarlo a sviluppare una buona stima di sé, che non vuol dire narcisismo o arroganza, e a far maturare in lui la comprensione realistica dei propri punti di forza e di debolezza. Dirgli in continuazione “sei un genio” oppure “sei il più bravo sportivo del mondo”, rischia di essere controproducente perché, alla prova dei fatti, il bambino potrebbe rendersi conto di non essere molto più bravo della maggior parte dei suoi amici… e cadere dal piedistallo fa molto male!». 5. Credere in lui «Per ultimo, ma non per importanza, bisogna credere in lui facendogli capire che un fallimento può sempre capitare, ma che alla lunga gli sforzi vengono sempre ricompensati e se nel tempo l’avete aiutato a coltivare i suoi personali talenti e non le vostre aspirazioni, sarà probabilmente un adulto felice: preferite che vostro figlio diventi un ottimo pasticcere
Corso di Formazione per operatori a supporto del bambino, della famiglia e della scuola
DESTINATARI Il percorso di formazione si rivolge a quelle figure professionali (studenti, educatori, psicologi, insegnanti…) che affiancheranno bambini e ragazzi con difficoltà o disturbi specifici di apprendimento e di attenzione/iperattività e le loro famiglie, in contesto domiciliare anche in collaborazione con il nostro studio di Psicologia e Logopedia. DATE DEL CORSO E CONTENUTI Primo incontro – Bisogni Educativi Speciali (BES) nella scuola: quadro introduttivo. – Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA): dalla lettura della diagnosi, alla programmazione educativa- didattica condivisa (stili cognitivi di apprendimento, strategie metacognitive e metodo di studio, strumenti dispensativi e compensativi, compiti a casa). Secondo incontro – ADHD: caratteristiche ed evolutività. Il lavoro educativo-didattico con bambini e ragazzi che presentano disturbi dell’attenzione e iperattività. – Esercitazioni pratiche. Analisi di un caso e costruzione di un modello di lavoro. COSTI E MODALITA` DI ISCRIZIONE 100 euro. Gli interessati possono mandare una mail all’indirizzo: info@alberodipsiche.it o contattare i responsabili dello studio: Elena Tironi – 3497744927 Simone Algisi – 3476040667 SEDE DEL CORSO ALBERO DI PSICHE- Studio di Psicologia e Logopedia Via G. Marconi 90 – Seriate (BG)07
Figli: come fargli accettare apparecchio e/o occhiali
La Dott.ssa Elena Tironi e il Dott. Simone Algisi intervistati dalla rivista StarBene (febbraio 2015). (scarica l’articolo originale) L’aria da secchione con gli occhiali non ha impedito a Piero Barone del trio Il Volo di vincere il Festival di Sanremo. E sullo stesso palco Malika Ayane ha infranto un tabù: ha cantanto sfoggiando una scintillante ferraglia (così definita da lei su Facebook), il suo apparecchio ortodontico.Un gesto coraggioso per il mondo dello spettacolo italiano (all’estero non farebbe notizia, visto che l’apparecchio è stato sdoganato anni fa da personaggi come Tom Cruise, Madonna e Faye Dunaway), che ha fatto esultare i genitori alle prese con figli riluttanti: in quattro minuti di canzone, Malika ha dimostrato che si può essere talentuose, belle e apprezzate anche con un filo d’acciaio sui denti! Per un bambino o un ragazzo, accettare l’apparecchio o gli occhiali non è semplice: c’è chi li considera una limitazione della libertà (“Come farò con il basket?”), chi ne fa un problema estetico (“Sarò bruttissima!”), e chi teme il disagio (“Farà male?”). Aiutare i figli in questa fase è possibile. Ecco le strategie consigliate dai nostri esperti. Le reazioni più comuni «Per alcuni bambini, dover mettere gli occhiali o l’apparecchio non costituisce un grosso problema: “Se lo dicono mamma e papà, sarà giusto così”», spiegano Simone Algisi ed Elena Tironi, psicologi e formatori dello studio Albero di Psiche. «Per molti, invece, è decisivo l’ambiente scolastico: i commenti e gli scherzi dei compagni non ne facilitano l’accettazione». E per i ragazzi delle medie? «Spesso è un duro colpo in una fase di scoperta di sé: a questa età hanno paura del giudizio del gruppo e dell’altro sesso». «Per gli occhiali, alle superiori la traiettoria si biforca: alcuni li scoprono come una freccia al proprio arco con cui dire qualcosa di sé, altri ne soffrono il peso». Le strategie da mettere in atto Come aiutare tuo figlio ad adeguarsi alla novità? «Considera l’evento come qualcosa di importante per lui, senza banalizzarlo né ingigantirlo. Vivilo con atteggiamento positivo e non come una sventura», consigliano gli psicologi Algisi e Tironi. «Il “supporto” di personaggi fantastici o reali può essere utile: gli eroi con occhiali, per esempio, sono Harry Potter e Peter Parker/Spiderman, oppure Gabby e Mae, protagoniste del film Come creare il ragazzo perfetto. La serie animata Sorriso d’argento, poi, è incentrata su un’adolescente con apparecchio. Per quanto riguarda gli occhiali, con i più grandi la scelta della montatura è essenziale: l’immagine è tutto! Chiedi l’appoggio di un ottico con una certa sensibilità al riguardo e aiuta il ragazzo a capire come possano fargli acquisire un tocco in più, un certo fascino». E l’apparecchio? «Spiega a tuo figlio che si tratta di qualcosa di transitorio che lo migliorerà», risponde Isabella Grion, odontoiatra specializzata in pedodonzia e socia della Società italiana di odontoiatria infantile. «Attenzione ai primi tempi: sono i più duri, perché il ragazzo si rende conto di quanto sia impegnativo portarlo e può demoralizzarsi. Fagli sentire che lo capisci e aiutalo a risolvere i problemi pratici: insegnagli ad applicare la cera sulle parti sporgenti per proteggere l’interno della guancia, e, se è piccolo, seguilo nelle operazioni di pulizia». Gli errori da non commettere Quali comportamenti è meglio evitare, invece? Secondo gli psicologi, «gli errori in buona fede sono generalmente due: la banalizzazione e l’insistenza. In pratica, non sminuire i dubbi o il disagio di tuo figlio, e, nel caso degli occhiali, non scegliere la montatura al suo posto. Astieniti anche dal colpevolizzare troppo il ragazzo che non accetta subito l’apparecchio o gli occhiali e dal richiamare il tema a ogni occasione: un’osservazione come “Vedi che lui lo porta senza problemi?!” è fastidiosa e controproducente. Per non parlare dell’“esibizione” del ragazzo con l’invito ad apprezzarne il nuovo look: “Diglielo anche tu che sta bene: meglio lasciar perdere!». a cura di Francesca Lucati
Quando far di conto diventa un problema
La Dott.ssa Elena Tironi e il Dott. Simone Algisi parlano di disturbi specifici dell’apprendimento su “L’Eco di Bergamo” (9 novembre 2014). (scarica l’articolo originale) Colpiscono circa il 3 per cento dei bambini: sono i disturbi specifici dell’apprendimento. Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) riguardano il 2,5-3 % circa dei bambini in età scolare e si manifestano con deficit nella lettura, nella scrittura e nel calcolo e di conseguenza con difficoltà di apprendimento e di studio. «Non sempre in presenza di difficoltà scolastiche si può parlare di DSA; esistono però delle situazioni in cui le fatiche tendono a permanere nonostante i tentativi messi in atto dai famigliari o dagli insegnanti per gestire la situazione e rischiano di influenzare diversi ambiti di vita del bambino, scolastico, comportamentale e soprattutto emotivo (autostima) » osservano il dottor Simone Algisi e la dottoressa Elena Tironi, psicologi de «L’Albero di Psiche», equipe autorizzata al rilascio della certificazione di DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento) ai fini scolastici. Il dottor Algisi e la dottoressa Tironi da poco operano anche presso Corpore Sano Smart Clinic, struttura dal Gruppo san Donato all’interno del Centro Commerciale «Le Due Torri» di Stezzano che offre servizi «su misura» per il benessere psico-fisico anche dei più piccoli, grazie alla presenza di un team multidisciplinare che va dall’allergologo pediatrico all’oculista pediatrico, dal nutrizionista al pneumologo. «In situazioni come queste è utile un approfondimento che permetta di capire la natura della difficoltà e attivare strumenti utili per migliorare la situazione. Non si tratta però solo di una questione riabilitativa, è soprattutto un’attenzione al bambino nella sua globalità per favorirne il completo benessere. Per questo è importante fare squadra, prendendo in carico la situazione nella sua complessità e unendo le opportune indagine specialistiche a una reale vicinanza affettiva». Dottor Algisi, ma cosa si intende per DSA? «Possiamo definire i Disturbi Specifici dell’Apprendimento Scolastico (DSA) come disturbi di origine neurobiologica delle abilità di base che interferiscono con il naturale apprendimento della lettura, scrittura e calcolo. Si chiamano specifici perché si manifestano esclusivamente all’interno delle abilità scolastiche, senza coinvolgere processi intellettivi e sensoriali e si presentano in assenza di condizioni socioculturali svantaggiate. In base alle linee guida definite dalla Consesus Conference ed emanate nella Legge 170 del 2010 si possono individuare, in particolare, quattro sottotipi di DSA: dislessia, disortografia, discalculia e disgrafia». Dottoressa Tironi, ma come si capisce se il proprio figlio ha un DSA o semplici difficoltà? Quali sono i campanelli d’allarme da non sottovalutare? «I fattori che intervengono sono numerosi ed è necessaria una valutazione specialistica. Chiaramente esistono indizi da approfondire, ad esempio in età prescolare la presenza di difficoltà fonologiche e metafonologiche (rime, giochi sui suoni…), una ritardata acquisizione del linguaggio o l’eccessiva fatica nei primi compiti di lettura a scuola. La diagnosi è un momento importante della vita del bambino e della sua famiglia poiché pone fine all’incertezza e permette di evitare gli errori comuni di colpevolizzazione (“non impara bene perché non ha voglia di studiare”). Generalmente servono un paio di incontri con i genitori e 5 o 6 incontri di valutazione con il bambino, effettuati da un’equipe multiprofessionale composta (per Legge, affinché possa essere autorizzata al rilascio della certificazione valida ai fini scolatici) da neuropsichiatra infantile, psicologo e logopedista». Una volta accertato che si tratta di DSA cosa si può fare? «Di fronte a una certificazione di DSA, la scuola e la famiglia sono invitati, in collaborazione con lo specialista di riferimento, a costruire un’alleanza che metta il benessere psicologico, scolastico e formativo del bambino al centro. Fondamentale è una presa in carico anche di tipo affettivo, che tenga nel giusto peso l’importante rapporto tra affetti e apprendimenti, tra funzionamento cognitivo ed emozioni, difficoltà scolastiche e ferite interiori. In secondo luogo viene condiviso un training per le specifiche difficoltà con cui quel tipo di difficoltà scolastica si manifesta. Vanno poi considerati gli adattamenti scolastici, ovvero quell’insieme di strumenti, procedure, materiali che permettano di affrontare serenamente il percorso di studi. Solo all’interno di una presa in carico di questo tipo hanno valore tutti gli strumenti dispensativi e compensativi quali software, sintesi vocali, tavole pitagoriche, schemi e altro, a cui i bimbi con DSA hanno diritto».
Tempi di crisi: addio egoismo, cresce la voglia di altruismo
La Dott.ssa Elena Tironi e il Dott. Simone Algisi parlano di altrusmo ed egoismo sulla rivista Bergamo Salute (settembre-ottobre 2014). (vai all’articolo originale) Italiani disperati, egoisti e rinchiusi in sé per colpa della crisi? Sbagliato. Secondo una ricerca del Censis è proprio il contrario. Le difficoltà economiche di questi ultimi anni non solo non ci hanno resi tutti più aridi e indifferenti, ma, a sorpresa, ci hanno fatto riscoprire l’altruismo e la solidarietà, valori peraltro già molto forti nella nostra realtà bergamasca tradizionalmente molto impegnata nel volontariato.I dati parlano chiaro: la voglia di essere altruisti coinvolge ben il 76% degli italiani, il 40% si dice molto disponibile a fare visita agli ammalati, più del 36% di dichiara pronto a rendersi disponibile in caso di calamità naturale, per contribuire al bene comune; tra le cose che rendono più felici, dopo la tranquillità personale e familiare, c’è aiutare gli altri. «In effetti questi risultati possono creare un certo stupore. Innanzitutto perché si potrebbe pensare che in un periodo di difficoltà economica le persone tendano a occuparsi principalmente dei propri bisogni; in secondo luogo perché poco si allineano con le tendenze della società contemporanea spesso legate all’individualismo» dicono la dottoressa Elena Tironi e il dottor Simone Algisi, entrambi psicologi. «In realtà, se si analizzano in modo più approfondito, non sono così inspiegabili». In che senso, dottoressa Tironi? Le situazioni critiche possono servire ad attivare alcuni processi psicologici e affettivi significativi: stare in prossimità attiva con la difficoltà, costruire una vicinanza organizzata, anche istituzionalizzata come accade nei servizi di volontariato, rappresenta una forma evoluta per fronteggiare le esperienze faticose della vita. L’impegno positivo in attività sociali e di volontariato è una modalità attraverso la quale la persona non fugge, non si isola, ma trova un modo per stare dentro la quotidianità, per quanto difficile che sia. Bisogna anche dire che un periodo caratterizzato da instabilità, come lo scenario attuale, spinge la persona a confrontarsi con l’essenziale del quotidiano. Oggi accade spesso che ci si senta smarriti, privati di quei riferimenti (come successo, guadagno e riconoscimenti personali) che garantivano il proprio equilibrio e la propria autostima. La persona è così costretta a rivedere il proprio quotidiano e a riscoprire la propria natura di essere sociale e relazionale. Ci si rende conto che se è possibile vivere da soli in condizioni di benessere, è molto più difficile affrontare la crisi in solitudine. Alcuni autori parlano addirittura di spinta (o pulsione) sociale come primo carburante di tutto lo sviluppo dell’individuo. L’altro in difficoltà, per certi aspetti, sono “io” in difficoltà. Non lasciare solo chi ha bisogno, quindi ci “rassicura” sulla nostra sorte nel momento in cui ci dovessimo trovare nella stessa situazione. Questo è un esercizio di empatia. L’empatia è un concetto strano, non immediato, sta a cavallo tra i pensieri e le emozioni: in quanto uomo, mi identifico con l’altro e posso sentire dentro di me quello che lui sente. Questo vale sia per la sofferenza sia per le emozioni positive che la nostra solidarietà genera. E qui entra in campo un concetto fondamentale, cioè la gratificazione. La gratificazione non è quantificabile, bisognerebbe misurare il valore dei sorrisi, dei grazie, degli sguardi di ritorno oltre all’esito dell’attività stessa. Il punto è che questo tipo di gratificazione è interattiva, relazionale, sociale appunto. È l’azione di ritorno dell’altro, della persona a cui abbiamo offerto il nostro servizio che ci coinvolge. La risposta dell’altro è autonoma e viene nella nostra direzione e agisce a livello degli affetti. Forse il sorriso di un bambino o il ringraziamento di un anziano che abbiamo aiutato entrano dritti nel cuore e permettono di scoprire dimensioni nuove della vita, a volte anche più profonde e forti. Ma quindi, ci impegniamo nel volontariato per fare bene agli altri o perché ci fa sentire bene, dottor Algisi? Questa è una critica che spesso viene sollevata. È legata all’idea che il volontariato, in alcuni casi, possa non essere gratuito o come si dice “disinteressato” ma risponda solo al bisogno di chi lo fa; bisogno di sentirsi apprezzato, valorizzato, utile e persino di non sentirsi solo. Secondo i critici si tradirebbe il messaggio di autenticità proprio del volontariato. Bisogna però, a questo proposito, fare alcune distinzioni. Tutti noi abbiamo bisogno di sentirci preziosi, di avere riconoscimenti del nostro valore, di sentirci un po’ speciali. Nelle dovute proporzioni questi bisogni sono normali e alimentano le nostre attività, in particolare quelle sociali, e aiutano ad avere la spinta in più per andare oltre. Il problema si verifica quando il sano bisogno di gratificazione diventa esigenza di grandiosità, come se la mia immagine e la stima che ho di me dipendessero esclusivamente dalla gloria e dell’applauso degli altri. In questo modo il rischio è sviluppare un senso di onnipotenza: sentendosi riconosciuto, gratificato, una persona “migliore” e da “ammirare”, potrebbero emergere sentimenti di infallibilità che portano a non vedere più l’Altro ma a sostituirsi a lui. Questo è l’unico rischio quando si fa volontariato. Per il resto la solidarietà è di grande importanza poiché produce positività per il volontario, per il contesto sociale e per chi riceve aiuto: fare del bene produce del bene sia nel dare sia nel ricevere. Competizione, no grazie Anche la competizione è in crisi. La collaborazione e la condivisione sempre più vengono viste come valori che non danno solo sicurezza, ma garantiscono anche più sviluppo. E così le ambizioni personali, spesso, lasciano il posto ad altri tipi di gratificazione. a cura di Giulia Sammarco
Il 1° febbraio a Seriate “Educhiamoci Giocando”
Domenica 1 febbraio 2015 insieme a Sport Evolution e Associazione Albatro Seriate in piazza Bolognini alle ore 14.30 a Seriate (BG) vi aspettiamo per condividere un momento di gioco tra grandi e piccoli e riflettere in seguito sul valore educativo del gioco. Per approfondire: Giocare per Crescere Educhiamoci Giocando Il gioco come momento di condivisione in famiglia e il suo ruolo nello sviluppo del bambino Social network, videogiochi e nuove tecnologie L’importanza di essere in prossimità Bullismo e Cyberbullismo Conoscere per prevenire