COME AFFRONTARE INSIEME AI BAMBINI LA PERDITA DI UNA PERSONA CARA Affrontare il dolore per la perdita di una persona cara, vuoi che sia un amico, un fratello, un padre, una madre, un nonno, una nonna o qualsiasi persona occupi uno spazio dentro il nostro cuore, non è mai semplice. Affrontare questa perdita in un momento storico in cui il tempo è sospeso, in cui i riti collettivi sono annullati e gli spazi per gli abbracci rimandati al domani, è ancora più difficile. È come stare in guerra: non solo non puoi avvicinarti e dare un ultimo saluto, ma i nostri cari defunti non ricevono nemmeno una “degna sepoltura” scandita dal rito civile o religioso, in famiglia o con tutta la comunità. La vestizione, i passaggi burocratici con le onoranze funebri, il colloquio con il sacerdote, il funerale, non sono riti banali o scontati; anche se possono sembrare un incomodo, in realtà aiutano profondamente le persone ad accogliere e accettare con più consapevolezza la verità della morte. Privati di questi elementi fondamentali, il rischio di questo periodo così surreale, è quello di rimanere intrappolati in un limbo di rabbia e incredulità da cui è più difficile uscire. La stessa cosa vale per i bambini e i ragazzi. Il dolore degli adulti è il dolore dei bambini. Proprio per questo è importante per l’adulto prima, e di conseguenza per il bambino, legittimare le emozioni, farle uscire e trovare dei modi, anche all’interno del piccolo nucleo familiare, per poter realizzare l’ultimo saluto alla persona cara. Partiamo allora da un punto fondamentale: “elaborare il lutto di una persona cara significa salvare la sua memoria”. E allora, in un momento di grande confusione come questo, servono piccoli gesti, ma concreti da realizzare insieme in famiglia. È vero che la perdita viene processata dai bambini e dai ragazzi in modo diverso a seconda dell’età e del grado di maturazione personale e proprio per questo i gesti per ricordare possono essere molto diversi, ma per tutti loro, sia per il bambino della scuola dell’infanzia, che perl’adolescente, è necessario che la verità venga detta e che non sia usato un linguaggio troppo metaforico che lascia spazi a dubbi e incertezze. Erroneamente si pensa che i bambini piccoli debbano essere protetti dalle brutte verità, quelle che provocano dolore, si crede di preservali non raccontando la morte di una persona cara. In realtà tutte le verità meritano di essere dette, con le modalità giuste, tenendo i bambini per mano e accompagnandoli nel loro percorso. Ecco allora alcuni spunti per poter realizzare con gesti concreti il nostro saluto e preservare la memoria e il ricordo. Prendiamo dei semi e piantiamoli in un vasetto. Se ce ne prendiamo cura, insieme al bambino, annaffiandola tutti i giorni, la pianta crescerà e potremmo portarla come ricordo sulla tomba del nostro caro quando sarà possibile. Con i bambini più piccoli, prima di fare questo, si può leggere la fiaba L’albero dei Ricordi di Gallucci editore (la cui videolettura è pubblicata nella sezione video). Se non riusciamo a piantare una vera piantina, costruiamo il nostro albero dei ricordi, con carta, forbici e colla, o con la pasta di sale che poi coloreremo, o con del materiale di riciclo, e su ogni foglia colorata scriviamo un pensiero. Accompagnare i bambini nel loro percorso emotivo, leggendo prima storie o fiabe, aiuta il bambino a esprimere le emozioni con un canale a lui familiare, quello della fantasia. Lasciamo un foglio in cucina o in salotto, comunque in uno spazio dove la famiglia vive, in cui possiamo scrivere tutti, quando vogliamo, un pensiero, un messaggio, una lettera. Dopo 5 o 6 giorni, prendiamo il foglio, mettiamolo in un palloncino colorato, gonfiamo il palloncino e lasciamolo volare in cielo. Sarà un modo per fare arrivare i nostri messaggi alla persona cara. Costruiamo una scatola dei ricordi dove mettere le foto, gli oggetti, le immagini che ci ricordano chi ora non è più con noi. Guardiamo un film o un cartone animato insieme che sia da spunto per poterci aprire al dialogo. “La Tela di Carlotta” o “Coco” sono due supporti per parlare del tema della perdita e della separazione con i bambini, mentre con gli adolescenti ci sono in particolare due film che aiutano nel dare voce alle emozioni legate alla perdita “Bianca come il latte, rossa come il sangue” e “Segui il tuo cuore”. Questi sono solo alcuni spunti concreti per realizzare il proprio ricordo, insieme ai vostri figli, perché “Non esiste separazione definitiva finchè esiste il ricordo” (Isabel Allende).
L’uso dei videogiochi ai tempi del Coronavirus
L’attuale situazione di emergenza sanitaria e l’isolamento stanno contribuendo a modificare la percezione e l’approccio ai videogiochi. Infatti, se fino a poco tempo fa i videogame erano spesso ritenuti una perdita di tempo, uno strumento che isola gli utenti e che può rivelarsi causa di dipendenza, oggi se ne riconoscono anche gli aspetti positivi. Un cambio di prospettiva è fornito direttamente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che attraverso la campagna di sensibilizzazione #PlayApartTogether, sottolinea il potere terapeutico degli stessi durante la quarantena e la possibilità di praticare il necessario distanziamento sociale. Riconoscendo che le aziende del settore dei videogiochi hanno un pubblico globale, l’OMS spera di raggiungere milioni di persone con informazioni importanti che aiutino a prevenire la diffusione del Covid-19, oltre che a trasmettere messaggi di speranza per sostenere chi è particolarmente provato da questa situazione. In questo senso, i videogiochi vengono riconosciuti come potenti strumenti di unione che permettono di connettersi con gli altri, intrattenersi ed alleviare il potenziale stress causato dall’isolamento prolungato. Il periodo difficile che stiamo vivendo ha pesanti ripercussioni su ogni aspetto della vita quotidiana e ha influito inevitabilmente anche sul settore del divertimento elettronico, che vede rallentata la produzione di moltissime aziende a causa delle restrizioni e delle misure anti-contagio adottate dai governi. Allo stesso tempo però, si è registrato un forte incremento del numero di videogiocatori attivi, beneficiando il gioco online in questo periodo di difficoltà economica globale. Per di più, diverse aziende del settore videoludico stanno proponendo campagne di solidarietà digitale e si stanno impegnando a distribuire giochi gratuitamente, in modo da incentivare le persone a rimanere in sicurezza nelle proprie case trascorrendo il tempo giocando. Di conseguenza, anche il celebre videogioco Pokemon Go ha adattato le sue modalità di gioco per permettere ai milioni di appassionati in tutto il mondo di continuare ad usufruire dell’intrattenimento senza uscire dalla propria abitazione. Dal canto proprio, l’industria italiana del settore ha attivato una raccolta fondi per supportare attivamente la Croce Rossa. Un’interessante iniziativa riguarda il videogioco Foldit, che coinvolge diversi ricercatori per lo sviluppo di farmaci e vaccini per contrastare il Coronavirus. Nello specifico, gli utenti hanno la possibilità di “giocare virtualmente” con delle proteine per capire come possono mutare forma ed evolvere, testando le soluzioni più promettenti e offrendo così un potenziale contributo alla ricerca scientifica. Il Coronavirus ha cambiato drasticamente le nostre abitudini, costringendoci ad usufruire delle nuove tecnologie per mantenere un’efficace gestione delle attività quotidiane: smart working, videolezioni, streaming e videogiochi online, che pongono l’infrastruttura di Internet sotto un’enorme pressione. Infatti, in questo periodo di emergenza si sono registrati numerosi casi di rallentamenti ed il gaming online contribuisce in grande misura a congestionare la rete. In particolare, la quantità di dati usati in Italia per giocare online ha registrato un aumento del 30% del traffico sulla sua rete rispetto al giorno medio. A tal riguardo, è importante sottolineare che la gestione di questo servizio è complessa, in quanto ridurre il consumo dei dati non garantirebbe un’esperienza di gioco fluida e reattiva. Per quanto concerne gli aspetti prettamente psicologici e sociali dell’attuale situazione di emergenza, particolare attenzione è stata posta sul comportamento degli adolescenti durante la quarantena. Spesso, i genitori faticano a gestire i loro figli costretti a rimanere in casa tutto il giorno, e in certi casi l’isolamento forzato rappresenta un fattore di rischio per l’insorgenza di conflitti famigliari. Di conseguenza, alcuni esperti del settore hanno deciso di porre l’accento sul potenziale valore educativo dei videogiochi. Tra questi, Paolo Paglianti, esperto di videogame e tecnologia, asserisce che i videogiochi possono risultare utili ai ragazzi per capire meglio la situazione inusuale che stanno vivendo: essi infatti pongono l’utente di fronte ad una sfida e lo spingono ad affrontare continue prove. Nello specifico, gli adolescenti possono comprendere e fronteggiare l’emergenza Coronavirus attraverso l’uso di videogame che simulano la battaglia contro i virus e permettono di entrare nei panni dei medici che lo combattono, come in Two Point Hospital. Data la natura molto coinvolgente dei videogiochi, è bene riconoscerne il rovescio della medaglia: quando il giocatore continua a perdere, spesso tende ad infuriarsi e a perdere la pazienza. In questo caso, è importante rendere i ragazzi consapevoli delle loro reazioni emotive, in modo che essi siano in grado di prendersi una pausa quando necessaria e dedicarsi al gioco con più calma, considerandolo per quello che è, ovvero un passatempo. In tutto ciò, i genitori svolgono un ruolo decisivo, aiutando l’adolescente a sfruttare al meglio le possibilità offerte da queste attività ludiche. I videogame, infatti, possono fungere da ponte tra le generazioni: gli adulti, avvicinandosi a questo mondo, possono agevolare la comunicazione con i figli e trascorrere del tempo prezioso giocando insieme a loro o guardandoli mentre giocano. Infatti, anche se un adulto non apprezza i videogame, è suo compito distinguere quali giochi siano più adatti ai propri figli, considerando il livello di maturità da loro raggiunto. Una preziosa opinione a riguardo è fornita da Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano (istituto specializzato nella cura dei disturbi adolescenziali) e docente di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca, il quale evidenzia i benefici relazionali che il videogioco online può fornire, preservando i legami interpersonali tramite la collaborazione che lo caratterizza. Attraverso il gaming, i giovani lavorano sulla rappresentazione di sé e del proprio corpo e in questo periodo di isolamento forzato questa attività rappresenta un valido aiuto alla socializzazione, permettendo agli utenti di rimanere in contatto con gli altri restando a casa. Nell’attuale periodo di emergenza, molte opportunità e speranze derivano proprio dall’utilizzo di Internet, facendo ricredere molti adulti che ancora oggi tendono a demonizzare questo strumento, focalizzandosi solo sugli aspetti negativi che ad esso si associano. A questo proposito, il professor Lancini ribadisce l’essenziale funzione educativa svolta dagli adulti, in particolare dai genitori, i quali devono rappresentare figure autorevoli agli occhi dei figli, con cui si devono interfacciare costantemente durante la quarantena. I no, i limiti e i “paletti” aiutano a crescere, così come le regole; regole che devono essere condivise, riconoscendo il
Lo psicologo alla mia porta: una “Psico-Tutor” e un ragazzo con Adhd
“Sono le 7.50 e F. è già al cancello della scuola, è il primo, già pimpante. Poi, prima ancora che io varchi la soglia della classe, da quando mi vede all’inizio del corridoio, va in fibrillazione perché vuole farmi vedere il lavoro che ha fatto il giorno prima e questo entusiasmo è assolutamente un pregio. Però quasi sempre dimentica il materiale, parla e non rispetta mai i turni, non va d’accordo con i compagni ed è molto solo.” Questo è quanto mi ricordo del primo racconto di una professoressa quando mi ha descritto le problematiche di F., ragazzo a cui era stato diagnosticato il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e dell’Iperattività. La mamma aveva voluto provare a gestire le sue fatiche scolastiche facendo i compiti con lui, ma F. non riusciva a concentrarsi né ad organizzare nulla in autonomia e lei non aveva tutto quel tempo da dedicare solo a lui. Così, dopo averli incontrati in studio con il mio collega che aveva fatto la valutazione, un mercoledì pomeriggio ho suonato alla loro porta e ho iniziato la mia avventura con loro. Ho voluto scrivere “con loro” e non “con lui” perché l’intervento domiciliare è stata una vera e propria costruzione di rete: la mamma mi dedicava sempre dieci minuti del suo tempo appena arrivavo e io la aggiornavo sul lavoro fatto alla fine di ogni incontro, lasciando magari qualche strategia o suggerimento perché il percorso proseguisse anche nei momenti in cui non ero lì. F. non riusciva a reggere il carico dei compiti: stare concentrato su un paragrafo del libro un un quarto d’ora era troppo per la sua mente vivace e veloce! F. soprattutto non riusciva a mettersi del tutto nei panni degli altri: così particolare, impulsivo alle volte aggressivo, che non riusciva ad istaurare amicizie e aveva persino paura di camminare o parlare per le strade del paese. F. poi si dimenticava tutto, dove aveva lasciato il librodella materia che odiava di più ma anche il computer portatile a cui teneva tantissimo. Aveva cominciato diversi sport, tutti abbandonati dopo la prima fatica interpersonale o di performance. Sì, perché chi soffre di ADHD ha un deficit specifico ma è intelligente e F. era anche molto sensibile, capiva che in lui qualcosa non andava, la frustrazione era tanta e ogni tanto si trasformava in rabbia verso qualcosa o qualcuno. Dopo sette mesi di lavoro insieme per due pomeriggi alla settimana in cui abbiamo studiato, costruito un metodo di studio con strumenti ad hoc, lavorato sulle emozioni e i pensieri negativi, usciti di casa alla ricerca di hobby, motivazione e amici nuovi, F. comincia a pensare che vorrebbe iniziare Scout, l’esperienza dove le fondamenta sono il rispetto delle regole, la lealtà e l’amicizia, tutte cose che prima per lui erano estranee o irraggiungibili. A distanza di più di un anno dal mercoledì in cui ho suonato alla porta di questa famiglia, F. mi ha raccontato che “è più sé stesso e non più un mostro come lo chiamavano all’asilo” e sua mamma ci ringrazia perché “dare un nome alle difficoltà di F. e il nostro intervento le hanno permesso di comprendere che se ci sono delle fatiche sono affrontabili”. F. avrà sempre la mente che corre veloce e la voglia irrefrenabile di fare subito quello che pensa, ma adesso ha alle spalle un percorso che gli ha lasciato un bagaglio da dove può tirare fuori qualche strumento in più per volersi bene e affrontare la vita. Marinella Vicini
Pronti per la scuola primaria? Lo screening dei prerequisiti dell’apprendimento
Ogni bambino ha i suoi tempi nell’apprendere a leggere, scrivere, far di conto. Ma quali sono i prerequisiti dell’apprendimento? I bambini dell’ultimo anno della scuola dell’infanzia possiedono alcune competenze fondamentali per il successivo apprendimento della lettura e della scrittura. Il bambino, per poter essere messo nella condizione di apprendere operazioni complesse come quelle della lettura, della scrittura e del calcolo, deve acquisire padronanza con una serie di operazioni preliminari che si suddividono principalmente in abilità generali, e quindi relative all’idoneità all’apprendimento, e in abilità specifiche, che riguardano la pre-alfabetizzazione e la pre-matematica. Per acquisire la letto-scrittura è dunque importante possedere alcune competenze fondamentali, tra cui adeguate capacità mnestiche e attentive, buona discriminazione visiva e uditiva e adeguate competenze grafo-motorie. Tra i più rilevanti prerequisiti dell’apprendimento, fondamentale è l’acquisizione di un’adeguata competenza linguistica e metafonologica. Per questo motivo, molti studi recenti hanno sottolineato l’importanza di uno screening di queste competenze in età prescolare. Lo screening, spesso attuato dal logopedista, si effettua all’ultimo anno della scuola dell’infanzia e ai primi due anni di scuola primaria (all’incirca dai 5 ai 7 anni) e valuta differenti abilità cognitivo-linguistiche, tra cui la produzione e la comprensione verbale, la discriminazione uditiva, la conoscenza lessicale, la comprensione delle strutture sintattiche e la capacità di operare con sillabe e fonemi (competenze metafonologiche). L’importanza della valutazione dei prerequisiti risiede principalmente nella possibilità di individuare precocemente una difficoltà specifica e quindi intervenire precocemente per consentire una risoluzione delle difficoltà o un miglioramento del disturbo.
L’ansia in età evolutiva: quando è un problema e cosa si può fare
I genitori di Luigi si rivolgono a me perchè il figlio, da diversi mesi, non va volentieri a scuola e ha disturbi gastrointestinali significativi. I genitori di Rebecca chiedono un aiuto perchè la figlia, che soffre di mutismo selettivo, dice di voler fare qualcosa: va in terza media, vuole riuscire a farsi degli amici. Federico, che convive quotidianamente con il disturbo dell’attenzione e dell’iperattività, quando apre il diario e vede troppi compiti corre al bagno per un lungo periodo di tempo o procrastina il momento dello studio finchè arriverà a scuola con delle lacune. Alessandra, che soffre per la morte del suo papà, ha paura di rimanere a casa da sola e ogni tanto del buio, pensa che potrebbe succedere qualcosa di brutto anche ad altri. Ilenia, mi racconta la mamma, diverse mattine alla settimana dice ai genitori di non voler andare a scuola e fatica ad alzarsi dal letto. “L’ansia non è solo una cosa da grandi. Anche nei bambini è possibile trovare una forma d’ansia, a volte una vera e propria angoscia caratterizzata da un forte senso di preoccupazione o aspettativa del peggio. Il bambino si può sentire irritabile, insicuro, sempre alla ricerca di rassicurazioni, di gratificazioni oppure proverà a gestire questa sua angoscia tendendo alla perfezione in ogni cosa che fa. Come nell’adulto l’ansia è associata a manifestazioni somatiche quali mal di testa, male allo stomaco o tensione muscolare che possono portare i bambini o i ragazzi a chiedere di non andare a scuola o di uscire prima.” Innanzitutto occorre sottolineare che avere l’ansia non significa “essere malati”: l’ansia è normale, tutti la provano in certe situazioni, non è pericolosa o dannosa di per sè e non va demonizzata. E’ adattiva perchè ci prepara quando siamo di fronte ad un pericolo reale (quando ci troviamo davanti un serpente velenoso!) o ci aiuta ad affrontare situazioni importanti (parlare davanti a tante persone). La nostra mente e il nostro cuore vivono l’esperienza della vita dentro il nostro corpo, quando proviamo ansia il nostro corpo risponde in tre modi: attacco, fuga o congelamento. Molto probabilmente senza tutto ciò, la specie umana non sarebbe sopravvissuta e tale eredità ci consente quotidianamente di difenderci e di portare avanti scelte consapevoli. L’ansia però “può diventare un problema quando il nostro corpo reagisce come se ci fosse un pericolo che invece non c’è” provocando eccessiva preoccupazione e malessere mentale o fisico fino, alle volte, all’incapacità di svolgere, parzialmente o completamente, le attività di tutti giorni. Nei bambini e negli adolescenti può rappresentare il sintomo principale dei disturbi d’ansia (ansia generalizzata, disturbo ossessivo-compulsivo, fobia sociale), affiancare sintomi di altri quadri diagnostici o costituire una fonte temporanea di disagio che provoca blocchi e sofferenze. Laddove, come genitori o insegnanti, vi accorgiate di pensieri o comportamenti dei vostri bambini e ragazzi, che, prima di tutto per loro, sono fonte di eccessiva preoccupazione o malessere sia fisico sia nei rapporti con i coetanei, non esitate a contattare un professionista che vi aiuterà a comprendere il problema dandovi un aiuto competente. Nel nostro studio ci occupiamo di problematiche di questo genere e di più ampio spettro emotivo con cicli di trattamento in studio o a livello domiciliare con il servizio di Psico-Tutor Emotivo, un tipo di intervento innovativo in Italia, ideato da noi grazie all’incontro con tante famiglie (per scoprire di cosa si tratta: https://wp.senzapensieri-sp.com/servizi/psico-tutor ). Ogni bambino o ragazzo è unico! Per questo non c’è uno schema che possa dirsi valido per tutti nè questo articolo ha l’intento di darvi un prontuario per un intervento fai da te. Voglio in ogni caso suggerirvi alcuni “campanelli d’allarme” da prendere eventualmente in considerazione e qualche indicazione utile. Alcuni campanelli d’allarme per i disturbi d’ansia in età evolutiva (ognuno va contestualizzato sulla base del tipo di vissuto e della persona che si ha davanti, prima di tratte conclusioni è utile chiedere un parere esperto): il bambino prova eccessiva preoccupazione per eventi quotidiani e sente di non avere controllo su di essi Preoccupazioni ricorrenti per le contaminazioni Paura costante che qualche persona cara si ammali o che le succeda qualcosa di grave Messa in atto di azioni rituali tranquillizzanti che occupano gran parte della sua giornata Eccessiva paura e preoccupazione di parlare o mangiare davanti agli altri, di parlare o scrivere in classe Paura di stare in un luogo chiuso con estranei Paura di parlare con le persone, di incontrare estranei, di partecipare a eventi sociali Di seguito alcuni suggerimenti sicuramente utili per i bambini e i ragazzi che vivono stati d’ansia, ma buoni per ogni situazione un po’ preoccupante per loro: Cercate di individuare quali sono i pensieri che provocano preoccupazione al bambino e al ragazzo, se sono disfunzionali portano più malessere, fatevele dire, raccontando magari le vostre paure quando avevate la loro età Aiutate il bambino o il ragazzo a non cercare continue rassicurazioni: “più lo si rassicura più lui chiederà che si faccia ma è una soluzione ‘cerotto’, allevia l’ansia solo momentaneamente ma in verità non fa che alimentarla”. Continuare a rassicurarli passa loro il messaggio che sono in una situazione di pericolo. Il conforto è buono ma va dosato e scelto quando la situazione lo richiede. Insegnategli a convivere con un po’ di incertezza, per esempio facendogli portare a termine i compiti senza che nessuno li abbia controllati. Fategli vedere un’altro punto di vista: se, ad esempio, sono molto preoccupati perchè avete fatto tardi o perchè in classe ci sono dei compagni che ridono vicino a lui fatevelo raccontare. Se, ad esempio, aveva paura che avreste fatto un incidente o che quei compagni ridessero proprio di lui potreste riflettere insieme sul fatto che un ritardo non significa per forza una disgrazia, vi siete fermati di più dagli amici, allo stesso modo non è detto che i compagni stessero ridendo proprio di lui ma magari lui stava passando di lí mentre era in corso il racconto di una barzelletta. Ho voluto dedicare uno spazio ad un argomento del genere non per provocarvi maggiore ansia! Il mio intento è quello di accompagnarvi in una riflessione consapevole sul benessere dei vostri bambini e ragazzi perchè, in fondo, anche
Difficoltà di linguaggio: quando rivolgersi ad un logopedista?
“Mio figlio non parla bene, mi devo preoccupare?“. Spesso la risposta a questa domanda è negativa, ma com’è possibile capirlo? Difficile dirlo con certezza, ma esistono dei segni, dei comportamenti che, se presenti durante lo sviluppo del bambino, possono rassicurare il genitore. Osserviamoli insieme. I segni di un adeguato sviluppo del linguaggio si possono già notare attorno ai 6/7 mesi di vita, periodo in cui dovrebbe comparire la lallazione, ovvero la combinazione di consonanti e vocali e la ripetizione di sillabe uguali (pa-p ba-ba, la-la). In seguito, verso i 9-12 mesi, iniziano a comparire i primi gesti comunicativi: questi segni vengono utilizzati in modo intenzionale dal bambino, il quale conosce l’effetto che questi avranno sull’interlocutore. La prima funzione per cui vengono utilizzati è quella richiestiva (il bambino vuole qualcosa); successivamente compaiono i gesti dichiarativi (utilizzati per la condivisione di qualcosa). Per quanto riguarda la comprensione, invece, fino a 12 mesi il bambino comprende situazioni familiari o ritualizzate e frasi ricorrenti ed usuali. Successivamente inizia ad eseguire piccoli compiti su richiesta dei genitori. Verso la fine del primo anno di vita (12 mesi), il bambino inizia ad acquisire degli schemi di azione con oggetti, i gesti rappresentativi. Questi sono movimenti delle mani o del corpo che il bambino associa a significati relativamente stabili, che non variano in base al contesto. Le prime parole compaiono, poi, attorno ai 18 mesi: dopo un periodo in cui inizia a produrre suoni che assomigliano alle parole dell’adulto, il bambino scopre che le cose, le azioni, gli eventi si possono nominare. Inizia, quindi, la fase della denominazione. In questo periodo il bambino parla tra sé e sé durante il gioco e inizia ad usare molte parole sociali (sì- no- dammi- guarda- grazie). All’incirca a 20-24 mesi (2 anni), il vocabolario produttivo del bambino raggiunge le 50 parole. È qui che iniziano a comparire le prime combinazioni di 2 parole. Da qui in poi si osserva una vera e propria “esplosione del vocabolario” il quale cresce non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente: aumenta notevolmente la percentuale di verbi e aggettivi prodotti. Inoltre, in questo periodo il bambino inizia a comprendere ordini e frasi decontestualizzati. Successivamente continua lo sviluppo sintattico: aumentano e si stabilizzano le frasi nucleari (ancora incomplete), poi iniziano a comparire alcuni ampliamenti al nucleo e verso i 33 mesi prevalgono le frasi complesse e complete. Queste, dunque, sono le tappe principali dello sviluppo linguistico: se compaiono tutte il genitore può stare tranquillo e non allarmarsi. Può iniziare a preoccuparsi, invece, quando si evidenziano alcuni campanelli d’allarme, quali: 5-10 mesi: mancanza di lallazione 12-14 mesi: assenza di gesti comunicativi 12 mesi: assenza di gesti rappresentativi 20 mesi: non comparsa delle prime parole 24 mesi: meno di 50 parole prodotte 24-30 mesi: non comprensione di ordini non contestuali In definitiva, è bene rivolgersi ad un logopedista per valutare la situazione quando: all’età di 2 anni, il bambino ha un vocabolario espressivo inferiore alle 50 parole e, dunque, è ancora assente la capacità combinatoria. Giulia Morandi Bibliografia Camaioni, L. (2001). Psicologia dello Sviluppo del Linguaggio. Il Mulino. Disturbi Specifici del Linguaggio (DSL). (s.d.). Tratto il giorno 02 2018 da www.trainingcognitivo.it Le tappe del Linguaggio. (s.d.). Tratto da Le scienze cognitive: www.cognitivescienze.altrevista.org Sabbadini, L. (2013). Disturbi specifici del linguaggio, disprassie e funzioni esecutive. Springer Verlag.
Smartphone e tablet ai bambini: Sì o No?
Un giorno ho chiesto a un bambino di 9 anni di disegnare un momento per lui significativo che era successo o succedeva con regolarità a scuola e uno per lui importante che si era verificato o si verificava frequentemente in famiglia. Prende il foglio, i pennarelli e comincia a rappresentare se stesso mentre a scuola, durante l’intervallo, gioca con gli amici a lupo ghiaccio e mi racconta chi sono i protagonisti, le emozioni positive che prova nel rincorrere i compagni e della campanella che suona, interrompendo quel magico momento, ma sapendo che il giorno dopo avrebbero rifatto quel gioco e lui e i suoi compagni si sarebbero divertiti tanto. Poi prende un altro foglio e, dopo averci pensato un po’, rappresenta il momento significativo in famiglia: comincia con il disegnare un grande divano, poi disegna se stesso sdraiato in compagnia di…un tablet! E mi spiega come quello sia il più bel momento a casa, con la mamma in un’altra stanza probabilmente a chattare su facebook e il fratello più grande a fare i compiti lontano da lui. Non pensate che questa sia una situazione estrema, quel bambino appartiene ad una famiglia come tante altre e probabilmente se dovessi chiedere ad altri bambini di fare lo stesso, alcuni di loro disegnerebbero situazioni simili perché ormai la tecnologia fatta di smartphone e tablet è entrata a far parte della nostra quotidianità e si è impossessata di un pezzo significativo della nostra vita. Non è mia intenzione demonizzare gli strumenti tecnologici, ma invitarvi a una riflessione sull’impiego che se ne fa e sul tempo che anche i nostri figli spendono sfiorando con le dita lo schermo di un tablet o di un cellulare. Siamo tutti sempre più ‘networked families’, ossia membri di famiglie che vivono e condividono la loro vita sui social: foto, video, commenti, anniversari. Abbiamo tutti sempre in mano un telefonino o un tablet. I più piccoli apprendono da subito questo nostro comportamento perché imparano per imitazione. Quando si vuole apprendere un mestiere, si guarda cosa fa l’esperto in quel lavoro, si copiano i suoi gesti e poi li si elabora con le proprie capacità, mettendoli successivamente in pratica. Questo avviene per tutto, anche per l’uso del telefono. Una madre sempre con lo smartphone in mano verrà imitata dal figlio che le chiederà di usare il cellulare anche a 5 anni. In questi anni il Consiglio Superiore di Sanità ha invitato ad avere prudenza nel mettere in mano il cellulare ai bambini Non si sa ancora abbastanza su come le onde elettromagnetiche possano danneggiare un organismo in crescita. Inoltre, cavie da esperimento, sottoposti a campi elettromagnetici, mostrano disorganizzazione del pensiero, difficoltà di concentrazione e disturbo dell’attenzione. In attesa di lavori scientifici adeguati, che valutino il rischio di effetti nocivi, è meglio usare il principio di precauzione. La principale Associazione di pediatri britannici ha emanato delle linee guida con le regole da seguire: sotto ai due anni, si sconsiglia l’uso di smartphone, tablet, ma anche tv. Per i bimbi più grandi si consiglia di limitare l’esposizione a un’ora al giorno. Io invece sono convinta, a differenza delle aziende di marketing che promuovono la vendita di strumenti tecnologici anche ai bambini di 6 mesi, che nel periodo della prima infanzia, cioè dalla nascita alla conclusione della scuola materna (0-6 anni), il bambino non abbia assolutamente bisogno, per la sua crescita cognitiva e psicomotoria, di tablet e smartphone, ma di oggetti concreti, che sviluppino la sua motricità e la sua creatività. Parlando con alcune maestre di scuola materna, mi hanno confermato che sempre più bambini sanno far scorrere uno schermo, ma hanno poche, se non nessuna, abilità manipolative con le costruzioni e non sanno socializzare con gli altri, ma i cui genitori parlano con orgoglio di come sanno maneggiare gli smartphone. È una vostra scelta educativa stabilire l’età in cui poter regalare tablet o cellulare a vostro figlio, tenete però in considerazione alcuni consigli che esperti e pediatri danno per un utilizzo più corretto e sicuro. Stabilite un tempo minimo e massimo per l’uso di questi strumenti, non più di 60 minuti di fruizione al giorno, controllando con attenzione cosa guarda e che applicazioni usa il bambino, in questi casi la privacy può passare in secondo piano rispetto alla sicurezza. Spiegate loro che il tablet non è un regalo, ma un oggetto dato in affitto, e che loro ne pagano il prezzo con il comportamento adeguato, che può essere revocato in qualunque momento. Infine siate sempre un buon esempio. Mettete da parte i vostri cellulari e i vostri tablet quando state insieme. Fate esperienze di vita sana e all’aperto, trovate attività da condividere, facendo così percepire loro la sensazione di libertà che si prova a vivere esperienze senza per forza farle filtrare dai mezzi di comunicazione moderni. È più emozionante guardare l’infinito dell’orizzonte con i propri occhi o a 30 centimetri da uno schermo? Elena Tironi
Il coraggio di dire “NO”
C’era una volta un principe, di nome Siddartha, che viveva in un palazzo d’oro immerso nel lusso e nell’opulenza, a cui i genitori, che lo amavano tanto, volevano risparmiare la vista di qualsiasi forma di bruttura e sofferenza. Lo tennero così rinchiuso per anni in quello splendido palazzo, ma, sebbene d’oro, quel palazzo era pur sempre una gabbia. Il ragazzo, dopo anni, decise di partire e andare nel mondo, scoprì la sofferenza degli altri e divenne il Buddha. Questo, come molti altri miti antichi e racconti popolari, ci insegnano una cosa: che tutte le ricchezze del mondo non possono sostituire un vero contatto umano con gli altri, anche se questo provoca dolore e sofferenza, frustrazione e lotta oltre che conforto e amore. L’idea di poter soddisfare qualsiasi bisogno e richiesta dei bambini, risparmiandogli così ogni forma di sofferenza, avrebbe l’effetto devastante di produrre un individuo infelice e maladattato perché non lo preparerebbe a vivere in un mondo abitato dagli altri dove ci sono regole, insuccessi, conflitti. Inizialmente il mondo sarebbe un posto magico dove lui è il re, ma con l’andare del tempo si trasformerebbe in un luogo irreale e solitario, privo di autentiche relazioni umane. Un bambino che domina l’adulto si trova in una posizione molto inquietante: se all’età di due o tre anni vi sentite più potenti di chi si prende cura di voi, come potrà mai proteggervi se ci fosse la necessità? Dal punto di vista del bambino, i limiti sono restrizioni che possono mandarlo su tutte le furie, ma sono anche barriere che lo proteggono e gli permettono di sentirsi al sicuro. Inoltre i limiti aiutano a sviluppare le proprie risorse: se qualcuno fa tutto il lavoro, soddisfa ogni capriccio, il rischio è di diventare sempre più deboli e incapaci di tollerare le frustrazioni che inevitabilmente ci saranno nella vita. È necessario che i genitori diventino consapevoli che un No detto in maniera ferma e garbata, non compromette i rapporti con il proprio figlio: al contrario, serve a rendere i rapporti migliori, più sinceri, a creare persone più forti, più rispettose di sé e degli altri. Tutti sappiamo che non è facile sentirsi dire NO. Se rifiutate a un bambino qualcosa che desidera, dovete essere pronti ad affrontare la sua reazione che spesso, nei bambini piccoli, potrebbe essere un fortissimo attacco di rabbia che manifesta buttandosi a terra, agitando furiosamente gambe e braccia. Occorre rimanere calmi e contenere fisicamente o con la voce, con la pazienza o semplicemente lasciandolo sfogare limitandosi a essere presenti. Non è invece utile cedere alla rabbia, generando un modello comportamentale violento, o al contrario, cedere alla nostra ansia, annullando il nostro No al primo pianto del bambino proponendo così un messaggio molto confuso e la sicura futura ripetizione del capriccio (“tanto mi basta battere un po’ i piedi perché la mamma si spaventi e possa ottenere ciò che voglio!”). Dire No ai bambini quando le loro richieste sono inopportune e spesso solamente capricci, è importante anche per un altro motivo: l’abilità di saper dire di no insegna ai figli il coraggio di dire di no. Se i bambini imparano fin da piccoli a dire no, sapranno poi farlo anche da adolescenti, orientandosi criticamente nel mondo secondo i loro valori e ragionando con la propria testa. Nel Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exuperie, c’è un brano molto significativo che insegna che una madre o un padre che siano stati capaci di aiutare il proprio figlio a costruire rapporti e legami veri e autentici, avranno un posto speciale nel suo cuore, per sempre. Il brano è quello in cui il Piccolo Principe vuole giocare con una volpe ma lei gli risponde che non può perché non è addomesticata. La volpe spiega al Piccolo Principe che addomesticare significa “creare legami” e prosegue: “Se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra, il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica! E poi vedi laggiù in fondo i campi di grano? Io non mangio grano, per me il grano è inutile, i campi di grano non mi ricordano nulla, ma tu hai i capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…” FacebookTwitterWhatsAppEmailCondividi
Tu chiamale se vuoi…emozioni
“Vi capita mai di guardare qualcuno e chiedervi cosa gli passa per la testa?” È questa la riflessione che dà inizio al nuovo film di animazione della Disney-Pixar “Inside – Out”, che, attraverso la rappresentazione di quello che accade nella testa di Riley, una ragazzina che si trasferisce insieme alla sua famiglia dal Minnesota a San Francisco, ci permette di fare un meraviglioso viaggio nel nostro Inside, nel nostro “Dentro”, dove le emozioni primarie, Gioia, Rabbia, Tristezza, Paura e Disgusto danno forma alle nostre scelte, governano le azioni e colorano i nostri ricordi. Non mi soffermerò qui a descrivervi cosa succede in questo cartone animato, ma vorrei invitare soprattutto i genitori di adolescenti e preadolescenti a trovare un momento per guardarlo, sperando che esso possa suscitare, come è successo a me, una riflessione sull’importanza di abbracciare ogni emozione, di come ognuna di esse vada accolta, esplorata e mai ignorata, perché solo così diventa possibile aprirci ad una vera comprensione della nostra esistenza. In un epoca divorata dall’agito qui e ora, satura di tecnicismo e tecnologia, “Inside–Out” ci immerge sorprendentemente nell’evanescente mondo delle emozioni, aprendo il varco ad una nuova era, dove l’educazione emotiva può diventare centrale nel percorso di crescita dei ragazzi. Nel libro di Gottman “Intelligenza Emotiva per un figlio”, si ribadisce che: “i figli emotivamente allenati ottengono migliori risultati a scuola, stanno meglio in salute e stabiliscono relazioni positive con i coetanei. Hanno anche minori problemi di comportamento e riescono a riprendersi più rapidamente dopo esperienze negative. L’intelligenza emotiva permette di essere più preparati ad affrontare i rischi e le sfide della vita”. Appare chiaro come insegnare ai propri figli non solamente la letteratura, la matematica, le scienze, l’informatica, uno o più sport e a suonare uno strumento musicale, ma anche a conoscere e riconoscere le proprie emozioni, esprimerle senza esserne sopraffatti, diventa fondamentale per sviluppare nel bambino un senso di benessere psicologico che permette l’acquisizione di ogni altra competenza: se troppo agitato o turbato, difficilmente il bambino o il ragazzo metterà in moto le proprie risorse di concentrazione, attenzione, memorizzazione indispensabili per l’apprendimento. Ne deriva che la qualità di vita di un bambino è fortemente influenzata dal modo in cui conosce e gestisce le proprie emozioni. A volte noi adulti rimaniamo perplessi o sconcertati di fronte ai silenzi, le urla, i calci, i pugni, i sorrisi, il pallore, il ritiro o i capricci dei bambini e dei ragazzi che utilizzano prevalentemente una modalità non verbale di espressione delle loro emozioni, ma la nostra reazione spesso è quella di interpretare il loro “sentire” dando consigli o punendo le loro azioni o attribuendo la causa di questi comportamenti a delle nostre personali supposizioni, senza dare loro modo di parlare ed esprimere ciò che sentono dando prima un nome al loro stato d’animo e ascoltando poi il pensiero che ha portato a sentire quella determinata emozione. Eppure, quello che dovremmo fare è avviare con loro un processo di “alfabetizzazione emotiva”: proprio come a 6 anni si impara a leggere e a scrivere, fin da piccoli, sarebbe utile imparare a dare un nome ai propri sentimenti, perché è solo legittimandoli e imparando a stare in contatto con essi, anche quelli come la rabbia o la tristezza che sembrano negativi e da allontanare, che possiamo cambiarli e stare meglio. Ma come chi non ha la patente, non può insegnare ad altri guidare una macchina, così chi non ha imparato a riconoscere, nominare, dare voce a ogni emozione e a legittimarla, difficilmente potrà educare emotivamente il proprio bambino. L’analfabetismo emozionale che ancora oggi dilaga sui banchi di scuola e di riflesso nella società, è figlio della difficoltà della maggior parte delle persone di esprimere, decodificare e comunicare agli altri le proprie emozioni. Malgrado molti siano tentati di nascondere e reprimere le emozioni negative, “Inside-Out” rivoluziona e insegna a grandi e piccini che per vivere appieno la gioia è necessario sperimentare e conoscere la tristezza. Accettare le difficoltà che la vita ci presenta, esprimendo senza timori la propria tristezza, permette di manifestare all’altro il proprio stato d’animo, elicitando l’empatia, l’ascolto e la condivisone. Inoltre nel difficile compito di educazione emotiva, si può suggerire a genitori e insegnanti di indossare i panni di allenatori emotivi, cercando di aiutare i ragazzi a riconoscere e identificare le emozioni, immaginarle, disegnandole, attribuendo loro un colore (“che colore ha secondo te la tristezza?”), dandogli una forma; in seguito è importante aiutarlo a identificare il rapporto esistente tra il modo di sentirsi e il pensiero, rendendosi conto che forse ci si sente in un certo modo perché si pensa in un certo modo (“durante l’interrogazione di storia sono molto ansioso perché penso che sia terribile fare una brutta figura davanti a tutta la classe”); infine sarebbe utile intervenire sui meccanismi mentali che sono alla base delle emozioni disfunzionali, operando una vera e propria trasformazione nel proprio dialogo interno, ossia nel modo in cui il ragazzo parla a se stesso, interpreta e valuta ciò che accade. Questi che vi ho appena illustrato sono i principi dell’”Educazione razionale- emotiva”, metodo che allena le persone, a regolare i propri vissuti emotivi per non esserne sopraffatti. Ma, al di là di metodi e tecniche, che possono essere più o meno approfondite, è solo l’ascolto attivo da parte dell’adulto verso il ragazzo che permette quel clima di condivisione e compartecipazione emotiva indispensabile per sentirsi accettato, accolto e superare ogni ostacolo che la vita ci pone, da grandi, come da piccoli. dott.ssa Elena Tironi -psicologa dell’età evolutiva FacebookTwitterWhatsAppEmailCondividi
A piedi nudi nel verde
Prima di introdurre i bambini al mondo della letteratura, dei numeri, della filosofia e della storia, prima di apprendere l’abilità della scrittura, prima di sviluppare qualsiasi cognizione di educazione e civiltà, prima di tutto questo, ad ogni bambino è stato fatto un dono che è fonte inesauribile di divertimento e istruzione ed è assolutamente gratuito: la Natura. Spesso però ci dimentichiamo di questo dono prezioso e mettiamo fretta ai nostri figli, li spingiamo a bruciare le tappe nella convinzione che debbano costruirsi una biblioteca interiore di conoscenze pratiche e teoriche non appena mostrano di poterne afferrare i concetti. Li iscriviamo, ancora piccolissimi, a corsi di musica, storia, lingue straniere. Facciamo loro da autisti accompagnandoli a nuoto, a danza e karate. Riempiamo il tempo che resta nel fine settimana con altre attività analoghe: gite allo zoo, ai musei, agli edifici storici, a mostre e rappresentazioni, ma, se da una parte, fare questo è stimolante e sicuramente arricchente, occorre tenere presente che anche le esperienze che i bambini possono fare negli spazi esterni ampliano i loro orizzonti e favoriscono apprendimenti che sono necessari per crescere, socializzare, avere fiducia in se stessi. Per questo è importante che frequentino anche degli spazi diversi da quelli domestici, anche se i genitori troppo ansiosi possono averne paura, perché meno controllabili, ma così facendo, finiscono per trasmettere le loro ansie ai figli, i quali rischiano di crescere timorosi e troppo dipendenti dagli adulti. Molti genitori non considerano che sono assai più pericolose, per la crescita dei loro figli, la sedentarietà o la visione di certi programmi televisivi rispetto ai giochi spontanei all’aperto con i coetanei. Secondo i dati della ricerca “Lo stile di vita dei bambini e dei ragazzi”, realizzata da Ipsos per Save the children, quasi la metà dei bambini italiani vede la televisione da 1 a 3 ore al giorno, e per l’85% i videogiochi sono l’intrattenimento principale. Così, bisogna puntare sulla qualità e sulla fantasia per sovvertire questa tendenza: l’adulto deve stimolare la curiosità nel bambino, il quale saprà accendersi immediatamente, invece di tenerlo relegato davanti ad infernali macchinette, così che non possa divenire un elemento di disturbo. C’è una notizia, riguardante il National Trust, un ente di beneficienza del Regno Unito, il quale si occupa di conservazione, tutela dei luoghi storici e spazi verdi, il quale ha lanciato la campagna “ 50 cose da non perdere prima degli undici anni e tre quarti “, pensata per aiutare bimbi e genitori a recuperare il contatto con la Natura. Alcune di queste cose sono: scalare un albero, rotolarsi giù da una collina, costruire una tana, far volare un aquilone e correre sotto la pioggia. Forse nemmeno i genitori stessi hanno fatto tutte queste cose…trovare il tempo per farle, magari insieme ai propri figli, ora, potrebbe essere un’ottima occasione per recuperare il tempo perduto! E poi, del resto, se i bambini hanno bisogno della Natura come maestra, forse noi adulti ne abbiamo altrettanto bisogno per trarne forza e ispirazione. Il tempo nella Natura non dovrebbe essere strutturato, non ve n’è alcun bisogno. Sono ore che trascorrono con facilità per grandi e piccoli. Ci si può organizzare con un libro o un hobby portatile, e passare un pomeriggio all’ombra confortevole di un albero mentre i bambini giocano. Evitiamo lo stress di pianificare attività didattiche, e pregustiamo, invece, la semplice libertà dello stare all’aperto. Concordo pienamente con le parole della psicologa Anna Oliverio Ferraris, dalla quale ho tratto il titolo dell’articolo, che altro non è che il titolo del suo libro edito da Giunti, quando afferma che “i bambini devono imparare a conoscere prima il mondo reale e solo dopo quello rappresentato”, che in semplici parole si traduce con: meglio due ore all’aria aperta che due ore con il tablet in mano.